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Sotto Anestesia: Matteo B. Bianchi su Retrophobic

Domenica 24 Aprile 2011 11:25
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Si chiama "Sotto Anestesia", ed è un agile libricino spillato di 50 pagine, edito da Terre di Mezzo. Il sottotitolo recita "Furibonde avventure new wave di provincia", e il contenuto è un ricordo sentimentale di un ex fanzinaro, decisamente non pentito. In piena esplosione del "nuovo rock italiano" nella metà degli anni 80, a Pavia, due amici (Matteo e Luca) accomunati dalla passione per la musica sotterranea, diedero vita ad una rivista indipendente chiamata "Anestesia Totale". La zine, unita all'entusiasmo e all'intraprendenza dei due redattori, iniziò a circolare nei circuiti sommersi, nelle librerie, nei negozi di dischi, e in breve tempo diventò un'autorevole voce del movimento. Ora Matteo (che nel frattempo è diventato il Matteo B. Bianchi che molti di voi conosceranno come affermato autore), con "Sotto Anestesia" vuota il sacco su quell'esperienza, in cui l'entusiasmo superò in partenza i limiti strutturali imposti dall'autoproduzione di una rivista fotocopiata.
Matteo B. Bianchi ha pubblicato i romanzi, "Generations of love" (1999), "Fermati tanto così" (2002) ed “Esperimenti di felicità provvisoria” (2006), per Baldini Castoldi Dalai editore. Nel 2008 ha curato con Giorgio Vasta il "Dizionario Affettivo della Lingua Italiana" (Fandango). Ha scritto programmi per la radio ("Dispenser" Radio Due Rai) e la tv (“Victor Victoria”, La7). Scrive sul blog http://www.matteobblog.blogspot.com e dirige on line la sua rivista di narrativa 'tina (http://www.matteobb.com/tina). Il suo ultimo romanzo è "Apocalisse a domicilio" (Marsilio, 2010), ed ora è qui per fare due chiacchiere tra fanzinari.
A lui la parola...

Ciao Matteo e benvenuto su Retrophobic. Partiamo dalla fine: "Anestesia Totale" ad un certo punto, cessò di esistere. Fu tua la decisione di smettere con la fanzine e concludere il tuo percorso universitario. Quando sei giovane ed entusiasta è naturale farsi coinvolgere da una "scena": musicisti, concerti, organizzatori, etichette, simpatie, antipatie e rapporti continui da tenere con decine di persone. Questi aspetti a volte prendono il sopravvento sulla vita reale (studio, lavoro, famiglia), e in un attimo ti trovi con le tue passioni trasformate in obblighi... è stato così anche per te?

Diciamo che è stata come una specie di tempesta in cui mi sono trovato in mezzo. E' nata come una passione e come una sfida all'inizio, e poi è diventata un'esperienza molto coinvolgente. Fare questa fanzine voleva dire vedere molti di concerti, scrivere decine di lettere, conoscere un sacco di gente... E' stato fantastico all'inizio, e un cambiamento radicale anche da un punto di vista sociale, rispetto alla vita molto più tranquilla che conducevo prima. Però a un certo punto ho capito che questa avventura entusiasmante stava occupando tutto il mio tempo: fare un giornalino, anche se autoprodotto, in sole due persone, davvero è impegnativo. Non direi tanto che fosso diventato un obbligo (era e restava un gran piacere!) però avevo quasi smesso di studiare. E non potevo certo pretendere che i miei mi mantenessero all'università mentre io mi dedicavo ad altro. Vengo da una famiglia proletaria, so che sforzi stavano facendo. Mi sono messo una mano sulla coscienza e ho deciso di troncare tutto e finire gli studi.

Scegliere di scrivere una fanzine, piuttosto che inventarsi musicista ad esempio, fu un assecondare un tuo naturale bisogno di scrivere?

Sì e no. La verità è che avrei tanto voluto fare il cantante o suonare in un gruppo, ma sono stonato e non so suonare nessuno strumento, quindi è stato un ripiego inevitabile. Pensa che da ragazzino registravo delle cassette nelle quali cantavo sopra le canzoni dei miei gruppi preferiti e lì ho capito da solo, e inesorabilmente, che quella non poteva essere la mia strada...

Sembra incredibile, ma anche una piccola realtà indipendente a volte può scardinare i lucchetti del business. Il marketing discografico ha anche bisogno di credibilità, e la fanzine paradossalmente arriva dove le riviste falliscono. E così ti ritrovi, come racconti in Sotto Anestesia, seduto di fianco a Luzzatto Fegiz. Puoi raccontarmi un po' cos'è stato per te quel piacere/potere sottile?

Guarda, io e il mio compagno d'avventura vivevamo tutto con totale incoscienza. Eravamo davvero giovani e inesperti, non programmavamo nulla, ci buttavamo nelle varie esperienze con spirito quasi kamikaze. Approcciavamo gruppi che non avevamo mai sentito per intervistarli, andavamo in negozi di dischi o librerie dove non avevamo mai messo piede prima per chiedere loro se potevano ospitare e vendere la nostra fanzine, entravamo nei backstage dei concerti senza nessun permesso. E dato che eravamo due ragazzi anche un po' sfigati e vistosamente innocui, ci lasciavano tutti fare. All'epoca non avevo alcuna percezione di quanto fossimo riusciti a ottenere con i nostri metodi giornalistici improvvisati, vivevo tutto in maniera molto entusiastica e casuale. Ripensandoci oggi invece mi rendo conto che eravamo davvero riusciti a compiere passi importanti, tipo essere invitati alle conferenze stampa e ai concerti di certi gruppi, sviluppando rapporti personali con discografici significativi per l'epoca.

Al contrario, da fanzinaro, non hai mai subito un complesso di inferiorità rispetto ai colleghi con un ruolo istituzionale all'interno di una rivista?

Ma certo! Continuamente. Quando mi sono trovato in una stanza circondato da veri giornalisti musicali mi sono sentito imbarazzatissimo. In "Sotto anestesia" racconto appunto quanto mi sentissi fuori luogo tra Luzzatto Fegiz e gli inviati di Repubblica o Panorama al lancio di "17 re" dei Litfiba. Anche quello però era un indice della mia ingenuità. Ero intimorito dal nome di Luzzatto Fegiz, dal fatto che scrivesse sul Corriere. Mi appariva come un esponente di un mondo lontanissimo che non avrei mai potuto raggiungere, dunque mi suscitava soggezione. Ma poi leggevo i suoi articoli e mi sembrava che non ne capisse un cazzo di certa musica.

Altro aspetto fondamentale per una zine, a mio avviso, è la provenienza geografica. Molte zines nascono in provincia. Anestesia Totale nacque a Pavia: città attiva, universitaria, ma comunque lontana dagli standards milanesi. Quanta è la spinta creativa che arriva da una realtà marginale?

Penso che buona parte della creatività arrivi dalla provincia. Credo che sia naturale e comprensibile: quando vivi in una grande città, piena di stimoli, di locali, di intrattenimento, hai molto con cui impegnare il tuo tempo. Se invece sei in una cittadina di provincia dove non succede mai niente, pur di non soccombere alla noia ti inventi qualsiasi cosa per venirne fuori: fondi un gruppo, organizzi un cineforum, butti in piedi una compagnia teatrale, ti lanci nella redazione di una rivista. Mi ricordo che negli anni '80, quando Pier Vittorio Tondelli aveva inaugurato il progetto narrativo degli Under 25, per scoprire giovani scrittori al di sotto dei 25 anni, aveva dichiarato che quasi tutto il materiale che aveva ricevuto proveniva dalla provincia. E in tempi più recenti il testo de "I provinciali" dei Baustelle conferma questo discorso.
Sono certo che il clima sonnacchioso e borghese di Pavia abbia contribuito moltissimo alla nascita di "Anestesia Totale". Forse, a voler trovare significati retroattivi, il titolo stesso è una fotografia della realtà in cui eravamo immersi.

Ho sfogliato i due numeri della fanzine (http://www.matteobb.com/anestesia/) e ho visto una grande varietà di contenuti, polarizzati verso la New Wave italiana, con incursioni nella psichedelia, nel nascente garage... ad oggi sarebbe impossibile mettere d'accordo l'oltranzismo delle varie "micro-scene" senza essere tacciati di superficialità... come funzionava allora?

Oggi è tutto diverso. C'è stato Internet di mezzo, ossia una rivoluzione più significativa che l'Illuminismo. Sulla Rete trovi ogni tipo di informazione, aggiornata in tempo reale e ultraspecifica. Se ti piace la musica gotica, o la house, o la scena electro, leggi blog e webzine che si occupano solo di quello. Trent'anni fa al contrario vivevamo in una specie di oscurantismo culturale, sui giornali in edicola si parlava pochissimo di queste micro-scene, come la nascente new-wave italiana o la musica indie, quindi spesso queste informazioni arrivavano dal basso. Le fanzine colmavano questo vuoto intervistando nuovi gruppi, recensendo demo o dischi d'importazione. Allora non aveva senso essere specifici, più informazioni riuscivi a dare, anche su gruppi e generi distanti fra loro, meglio era. Alcune pubblicazioni nate come fanzine hanno conquistato un pubblico così ampio e fedele da potersi permettere il salto e diventare riviste ufficiali da edicola, come il caso della storica "Rockerilla", che continua a essere pubblicata anche ai giorni nostri.

L'Italia sembra aver riscoperto finalmente il fascino della sua cultura indipendente. Da "Eighties Colours" di Roberto Calabrò, a "Uscito vivo dagli anni 80" di Tony Bacciocchi, da "Vinile Italiano" di Paolo Dovigo e Luigi Riganti fino al tuo "Sotto Anestesia", sembra che ci sia un rinnovato interesse per un periodo creativo importantissimo. Secondo te, l'Italia è pronta per prendere coscienza della sua tradizione indipendente? Pensi che ci possa essere ricettività da parte delle giovani generazioni?

Dal punto di vista musicale in Italia le sole cose interessanti avvengono ormai in ambito indipendente. Le major discografiche producono cose alla Marco Carta e Emma Marrone, ragazzini da reality che garantiscono loro vendite sicure sulla base dell'esposizione televisiva e che solo in rari casi saranno destinati a durare. Non fanno più ricerca, non fanno alcun discorso qualitativo. Le piccole etichette stanno sopperendo a questa lacuna producendo nuovi gruppi, organizzando piccoli festival, portando vera, nuova linfa al panorama musicale italiano. Penso alle esperienze di realtà come La tempesta (Tre allegri ragazzi morti, Le luci della centrale elettrica), Pippola Music (Brunori Sas), Riot Maker (Amari, FareSoldi), L'Aiuola (Egokid, Babalot), Disastro records (Il Genio), Ghost (Dente) e così via. Paradossalmente, si sta tornando all'indie e forse è questa consapevolezza che permette di rivalutare certe esperienze gloriose e ardite dei primi anni '80. E se da noi il recupero è culturale, altrove è di ordine estetico. In Inghilterra la grafica delle fanzine, le foto sgranate e fotocopiate, il lettering scritto a mano e così via, sono ampiamente utilizzati su riviste di moda e di tendenza come "Dazed & Confused". E' una questione generazionale: i giornalisti e i grafici di queste pubblicazioni si sono formati sulle fanzine e ora ne ripropongono il gusto. Non so se da noi sia veramente in atto una presa di coscienza della tradizione indie italiana. Diciamo che sarebbe bello se lo fosse.

(un ringraziamento particolare va a Matteo per la disponibilità e la gentilezza. Un altro va a Elisa Vanzetto della libreria Namastè di Tortona, che mi ha fatto scoprire "Sotto Anestesia" e mi ha messo in contatto col suo autore. Potete visitare il blog di Matteo a questo indirizzo http://www.matteobblog.blogspot.com/ e qui http://www.matteobb.com/ trovate il suo sito uffciale)


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Ultimo aggiornamento Domenica 24 Aprile 2011 11:52
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