The Temponauts @ I.P.O, The Cavern, Liverpool May 23rd 2009

Live report scritto da Pibio dei mitici Temponauts, tutto in presa diretta, dal Cavern di Liverpool, dove la band ha partecipato all'International Pop Overthrow 2009 !
Liverpool, poco dopo la mezzanotte di venerdì 23 maggio. Siamo all’ Adelphi, quartier generale dei Beatles, quando erano in città, nel 1964.
Guardo il portiere dell’albergo scrivere il numero di stanza sui check di entrata dell’albergo.
Scrive 666 e sorride tra sé senza guardarci.
Inizia così la nostra seconda spedizione nella città sul Mersey.
Che in realtà ci accoglie con una splendida primavera, ed anche il vento che spazza costantemente Liverpool è una brezza piacevole e frizzantina. E allora via subito verso Mathew Street per immergersi nell’atmosfera free dell’International Pop Overthrow . Ovviamente è ancora Bank Holiday, e che meraviglia per i nostri occhi vedere nugoli di tizi sbronzi vestiti da wrestler, super eroe, da donna o da pappagallo prendersi gioco dei turisti, dei taxisti, dei poliziotti, mentre questi ultimi li fanculizzano tranquilli e divertiti. E Mathew Street è sbronzissima e straboccante di gente e di tizi con le chitarre al collo che saltano dentro e fuori dai locali. Il Cavern è una bolgia quando entriamo, siamo lontani dal palco ma fortunatamente vicini al bar, per cui ci riassestiamo con un paio di collutori. Che poi diventano 4, 6, 8 e tra viaggio, chitarre e bicchieri ci guadagniamo un bel pass per il mondo dei sogni.
E’ una bella mattina di sole, quella di sabato, e ci trova intenti a tentare un collegamento web con il Beatles Fest di Castel S.Giovanni. Purtroppo il Cavern non ha una rete wifi né una connessione da prestarci, e tutto il Beatles Quarter è scoperto. Mentre la centrale Chapel Street è coperta, da lì mandiamo un saluto ai ragazzi di Castello e ci accordiamo per il collegamento previsto in serata. Quindi via al Cavern pub, dove ci godiamo un bel concerto dei nostri amici Radio Days, dopodiché ci fermiamo in strada a fare 2 chiacchiere con la gente. Così tra un panino, qualche birra e tante sigarette viene l’ora recuperare le chitarre e di entarare in clima Temponauts. Al Beaconsfield, sull’incrocio tra Victoria Street e Mathew Street, è previsto il nostro esordio, in chiusura del bill di sabato. Appena entrati troviamo i June, i nostri vecchi amici di Parma, che stanno armeggiando intorno ad un rullante sfondato. Ripenso all’ultima volta che abbiamo suonato con loro, e mi viene ancora da ridere circa le condizioni in cui Pablo e il fuoriuscito Bob si presentarono sul palco dopo neanche un’oretta al bar con loro. Suonano un concerto da paura, come sempre, dei martelli psichedelici senza pietà. E viene il nostro turno. Il baretto è un via vai continuo: in alcuni momenti è vuoto, in altri pieno, poi a metà e poi ancora pieno. Tutto nel giro di tre quarti d’ora. Ma le canzoni scorrono bene, il suono è chiaro e ci si diverte. Incredibile come in questi bar si riesca sempre a cavar fuori dei bei suoni. Nel giro di qualche birra il nostro set volge al termine, un saluto a tutti e ci precipitiamo a collegarci con il Beatles Fest. E in qualche modo ce la facciamo anche. Con una qualità infame, ovviamente, ma ce l’abbiamo messa tutta. Il tempo stringe, è quasi mezzanotte e tra 45 minuti tocca noi.
Ci precipitiamo giù per le scale del Cavern. C’è il pienone. Con la chitarra alla mano non si passa, ci tocca abbracciare le custodie ed avanzare cauti radi al muro. Sul palco salgono gli svedesi Mellowmen ed iniziano a suonare. Santo Dio. Suonano come Mc5 e Beach Boys messi assieme. E fanno una performance da fuori di testa, prendono in mano il pubblico che gli risponde con un boato dopo ogni canzone. Suonano psichedelici, melodici e Motown tutto insieme. E quando finiscono spaccano le chitarre sul palco.
Mi giro e trovo Dario dei Radio Days che mi guarda e mi dice “coraggio”
Se non altro a questo punto si rompe ogni indugio su che tipo di suonata dovremmo fare: qui c’è poco da essere cool, bisognerà sputare l’anima per portarla a casa. E in quel preciso momento una specie di folgorazione mi ha colto mentre attaccavo il jack della Rickenbacker nel Vox sul palco e ho realizzato di aver lasciato al bancone del Check in Italia i biglietti aerei per il ritorno.. E mentre regolo i controlli vedo chiaro nella mia mente il tizio al check prendere il foglio di prenotazione, con su anche il volo di rientro, e metterlo sotto al bancone mentre noi ci allontaniamo, ovviamente sempre sparando cazzate. Mentre David Bash ci presenta penso a come fare a dirlo agli altri.
Fuori il primo pezzo, Toxic & Lazy e alè! Pronti una versione da-fuori-di –testa, la gente risponde e noi rilanciamo. E da lì parte un corto circuito che prosegue canzone dopo canzone ed esploderà in un pogo (!!!) terrificante 2 canzoni più in là, ai primi accordi di Atomic Fire Sister. E’ mezzanotte e mezza, stiamo picchiando come fabbri e il Cavern saltella e risponde colpo su colpo. Viene il momento di Can I get to know you better dei Turtles, prendiamo fiato, regoliamo un attimo le chitarre, si riparte e si balla ancora. Incredibile. Ci sarebbe da essere contenti, se non fosse per il fatto che probabilmente verrò ucciso non appena comunicherò agli altri Temponauts che ho perso i biglietti dell’aereo. Intanto F**k you everyone diventa un bell’honky-tonk sguaiato e vedo Milo che si spara le pose con la chitarra dopodichè ci piazza in mezzo un bel solo super potente. Scocca anche l’ora della psycho-thrilling Men of dangerous Maybe, il cui raga riesce sempre a mandarmi in loop la cognizione, vera trance agonistica, mentre Pablo va come un treno e guarda malinconicamente il suo bicchiere di birra. Ha addosso (come ognuno di noi) dei faretti che trasformano il palco in un altiforno, dannazione, mi si sta squagliando il batterista! Mi giro verso Milo per indicargli Pablo che si squaglia, ma non lo vedo più. E’ vicino ad Andrea e gli fa davanti dei balletti tipo quelli dell’ayatollah del r&r nel film Gunny! Fantastico. Solo Andrea lo guarda un po’ perplesso. Ecco, forse potrei dire che un ladro mi ha aggredito nel corridoio dell’albergo e mi ha fregato i biglietti. No, questa non regge, sono biglietti nominativi.
Si arriva a She’s an animal,e viene fuori che più da limonare non si può. Suonarla nella città di La’s e Zutons è sempre una soddisfazione. Ci godiamo un bell’applauso caldo, cose bellissime, nel video vedrò che un pochino mi commuovo.
Forse hai la chitarra un po’ alta, mi fa Milo.
Cazzo se è vero, gli rispondo.
Dai, annuncia l’ultima, mi richiama andrea.
Pablo senti la chitarra troppo alta? Gli dico.
Eh?? Pibio non sento, me lo dici dopo, vai, vai.
That’s how strong my love is, la nostra cover di Otis. Guardo la gente, sono sempre tanti e presi bene. Hanno seguito tutto il concerto, senza cedimenti, sempre lì a ribattere. Non sempre succede, stavolta è successo. Lancio uno sguardo ai mattoni della volta sopra e attorno al palco, con su scritti i nomi di chi ci è stato sopra.
Leggo: Who, the Kinks, the Rolling Stones, e mi gira la testa. Penso alla notte del tardo autunno del ’61 in cui un tal Epstein si presentò ad un gruppo da poco rientrato dalla Germania dicendo loro che erano in gamba ma avevano un nome un po’ stupido. Tutto lì, in quello spazio, che anche se il club è stato ricostruito nell’84, modificando l’ingresso, lo spazio fisico è quello, e i mattoni anche.
Il concerto è finito, David è già sul palco, ci saluta e i cd al banchetto sono andati via tutti. E’ andata da Dio.
Scendo i 2 gradini del palco e incrocio i June che stanno salendo emozionati. Gli faccio due facce e prendo la strada per il backstage con le orecchie in rivolta. In effetti avevo il volume un po’ alto.
E quando metto la chitarra nell’astuccio ci trovo nella tasca interna un foglietto stropicciato. La Conferma dei voli, con su tanto di codice e nominativi. Che, all’occorrenza, può valere come biglietto. E che non ricordo assolutamente di aver mai stampato, né tantomeno di aver controllato la confirmation dei voli.
E dietro di me la gente passa, qualcuno mi da una pacca sulle spalle, qualcuno mi mostra il pollice alzato, un signore sulla sessantina con una Rickenbacker a tracolla e un paio di baffi alla Lee Van Cleef mi dice qualcosa, ma i June hanno attaccato, e io non sento cosa dice e me ne sto lì inebetito con il mio mistero low cost tra le mani.
Salgo le scale ed esco a fumare l’ennesima sigaretta. Mi siedo un attimo nell’ingresso storico del locale. Guardo la via, da qui si ha un bello scorcio davvero. Chissà quante volte i Ragazzi si saranno seduti un attimo qui, più o meno in botta a cercare di capire che cazzo stava succedendo a loro, alla città e al mondo intero in quei primi favolosi 60’s. E vai a capire perché mi prende un po’ di malinconia… Liverpool, questa vecchia ragazza bellissima a volte gioca dei tiri strani. Riemerge anche Pablo che imperscutabile come al solito mi fa – bè, è andata bene, no?
Mi viene quasi voglia di abbracciarlo. Si gli dico, è andata bene, e insieme torniamo di corsa giù nel Cavern, mentre fuori nella via la notte procede senza intoppi.
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 03 Maggio 2010 10:37 )


