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Scritto da fab
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sabato 28 giugno 2008 |
Paul Weller “22 Dreams”, Island 2008 Confesso che davanti all'ennesima uscita di Paul Weller, unita al festeggiamento del suo cinquantesimo compleanno, le mie perplessità d'ascolto non sono state poche. Weller ha sempre fatto dischi bellissimi, alcuni pressochè perfetti, altri più “prolissi”, tutti accomunati da un suono, un songwriting, e una voce inconfondibile. Così inconfondibile da riuscire a confondersi solo con se stessa. Temevo un ennesimo bellissimo disco di Paul Weller, fatto da Weller coi suoi canoni, tipo “squadra che vince non si cambia”. E, come si sa, le squadre che vincono prima o poi invecchiano. E davvero enorme è stata la sorpresa di infilare il CD nel lettore e trovare il Paul Weller che non ti aspettavi ma che speravi bussasse alla porta. L'artista extraordinaire, che spegnendo la sua cinquantesima candelina avrebbe potuto diventare un prezioso fossile come mille altri - storicamente consacrato all'infinito “plateau” di una “produzione piatta di qualità” -, volta tutte le carte, anche il tavolo da gioco e fa ventidue sogni. Il valore di Weller è qualcosa in più di un semplice “fanatismo adololescenziale”: non c'è stata idolatria, piuttosto ammirazione e gratitudine perchè la sua musica è sempre stata una sorta di “sussidiario” al quale attingere informazioni semplici e basilari e spunti per approfondimenti. Forte del suo carisma e del suo status Weller ha sempre “spinto” i suoi ascolti da vorace appassionato, dal Blues alla psichedelia, dal reggae al Soul, dall'hip hop al jazz, senza farne mistero, assemblando compilazioni e reinterpretando le sue canzoni preferite (vedi l'album “Studio 150”). E così, “se lo dice Weller”, le nostre case si sono riempite di grande e “concreta” musica. E ora, con “22 Dreams” Paul Weller si prende i 68 minuti necessari per farci capire quanto sia importante aprire la propria mente e “imparare le sensazioni” dettate dalla musica. E' un Weller maiuscolo quello che si muove tra il folk inglese di “Light Nights”, gli accenti caraibici di “Have You Made Up Your Mind”, il notturno jazz di “Song For Alice”, il cantautorato raffinato di “Black River”, la psichedelia di “Echoes Round The Sun”, il rock youngiano di “Push It Along”, il pauroso spoken word “God”, il kraut rock di “111”, la stellare scia di “Sea Spray”, e il finale trip mediorientale di “Night Lights”. E volutamente non cito ospiti, guest stars e liste di vario tipo, bastano le canzoni per dare valore all'album. Non credo di azzardare troppo se dico che questo album è la migliore emissione a marchio Weller da “Stanley Road”. “22 Dreams” è il magniloquente testimone di un artista completo e maturo e, cosa più importante, capace di rinnovarsi e rinverdirsi. Senz'altro un disco destinato a durare e a troneggiare su questo 2008. Non deve mancare nel “paniere” di quest'anno.
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Spectrum Meets Captain Memphis "Indian Giver" |
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Scritto da fab
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sabato 28 giugno 2008 |
Spectrum Meets Captain Memphis "Indian Giver" (Birdman Records, 2008 ) “La strana coppia” potrebbe essere il sottotitolo di questa interessante e svitata collaborazione. Spectrum è lo pseudonimo dietro il quale manipola i controlli Sonic Boom, membro fondatore dei seminali Spacemen 3, mentre Captain Memphis è l’alter ego del produttore Jim Dickinson (Big Star, Mudhoney, Texas Tornados, Ry Cooder, Alvin Youngblood Heart, The Replacements, Toots and the Maytals tra gli altri). Non ci è dato sapere come i due abbiano iniziato a frequentarsi, ma di fatto Sonic Boom ha preso il suo armamentario di elettronica analogica e si è trasferito agli Zebra Ranch Studios, proprietà del corpulento produttore americano, per dare il via a questo pazzo esperimento. E il risultato è tanto esotico quanto appetitoso. L’elettronica calda di Spectrum trasforma i Suicide in gruppo rockabilly sotto la voce di Dickinson in “The Lonesome Death Of Johnny Ace” (una allucinante bio-song sulla vicenda del 50s rocker morto giocando alla roulette russa in un backstage nel giorno di Natale), mentre gli spettri gospel che hanno animato le piovose e lisergiche nottate di Rugby ai tempi degli Spacemen 3 tornano in “Take Your Time”. Altro episodio fuori è “Til Your Mainline Comes”, una specie di spoken word animato da un impianto jazz, in cui la voce di Dickinson (americana come una T-Bone steak) vagheggia ubriaca nella notte. Sonic risponde con una versione viscida e elettrica di “When Tomorrow Hits” dei Mudhoney, in cui le chitarre e i synth bagnano i loro cavi consumati in una pozzanghera di liquido allucinogeno. La risposta di Captain Memphis è un roots blues con strane percussioni che si chiama “The Old Cow Died”, in cui il suo collaboratore inserisce echi ed ectoplasmici droni, e la prosecuzione del disco è tutta suddivisa tra le astuzie dei due, che si scambiano storie e suoni folli, restando però ben saldi nelle matrici più “trad” della musica che amano. Il blues, il gospel, il country e l’elettronica sono i “mezzi” per concretizzare una sovrapposizione di effetti che mette d’accordo fans di Spacemen 3, Neu!, Spectrum, Mudhoney, Staple Singers e Captain Beefheart. La frittata di cervello è servita, signori.
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The Stone Roses: twelve years later |
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Scritto da Davide Liberali
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giovedì 26 giugno 2008 |
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A corollario del monografico pubblocato il mese scorso sulla storia degli Stone Roses, Davide torna "sul pezzo" rinfrescando la "situazione Roses" dodici anni dopo lo scioglimento... buona e rilassata lettura! (fab) 
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Ultimo aggiornamento ( sabato 28 giugno 2008 )
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