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Punk e New Wave nella ex Jugoslavia – Parte 2: Croazia

Mercoledì 25 Gennaio 2012 11:28 Dusko Djordjevic
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Ed eccoci alla seconda puntata dedicata alla new wave jugoslava, che in un viaggio dal nord al sud ripercorre una scena musicale estremamente interessante e variegata tra la fine degli anni settanta fino alla metà degli anni ottanta. L'ex Jugoslavia fu l'unico paese real-socialista con una insospettata produzione musicale in tutti i campi, non di meno in quello che stava cambiando radicalmente il rock un po' in tutto il mondo.  Sono ancora valide le premesse fatte nei primi due articoli pubblicati su Retrophobic, quello introduttivo e la prima puntata, che danno una contestualizzazione socio-culturale, quindi non credo sia necessario dilungarmi con l'introduzione. Faremo distinzione tra due o tre aree di provenienza dei gruppi più importanti e a loro volta tra coloro che ben presto confluirono nel mainstream con esiti diversi, e quelli che rimasero nei sotterranei, dai quali alcuni sono risorti negli ultimi anni.
Partiamo quindi dalla Zagabria, la capitale croata, dove troviamo già alla fine degli anni settanta  gruppi molto eclettici e tendenzialmente più “morbidi” che forse più spesso che altrove introdurranno elementi cantautoriali, pop o oppure reggae nel proprio stile. Prljavo Kazaliste (“Il teatro sporco”, ndt) erano quattro sbarbati dei sobborghi zagabresi che per primi sdoganarono il suono del '77 a livello commerciale, con il loro omonimo  album uscito per la casa discografica Suzy nel '79, la seconda in Croazia per l'importanza in quegli anni. Come riff sono ancora fedeli alla tradizione degli Stones radicalizzata con le influenze del primissimo punk inglese, un'influenza che si ripercuote anche sulla copertina del primo album, in cui c'è una citazione: ovvero la famosa boccaccia di Jagger, solo che al posto della lingua c'è un wurstel tagliato a pezzi, mentre una spilla da balia è conficcata nella guancia. Il secondo album riporta le sonorità dello ska inglese e due pezzi come “Crno bijeli svijet” e “Mi plesemo” sono tutt'oggi degli evergreen nella regione. Di quello che fecero dopo non vale la pena di parlare in questa sede.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 25 Gennaio 2012 11:46 ) Leggi tutto...
 

Spotlight Kid “Disaster Tourist”

Sabato 21 Gennaio 2012 12:01 fab

Spotlight Kid “Disaster Tourist”, Tri-Tone/PIAS 2011
Seguo da un po' questi ragazzi provenienti da Nottingham, dopo aver apprezzato le loro apparizioni sulle compilation della Northern Star Records, e averli conosciuti dopo un bellissimo concerto a Londra. Ad essere sincero, non vedevo l'ora di ascoltare l'album intero, dopo un paio di ottimi singoli apripista. “Disaster Tourist” è un album in grado di mantenere costante il livello ormonale di  suono emulsionato, dilatato, sognante, ma sempre fermamente pop. Laddove gruppi come gli Horrors giocano su un'anoressia asessuata, gli Spotlight Kid esplorano lo spettro cromatico più chiaro, sinuoso e naturale della materia shoegaze. Il suono di “Disaster Tourist” è un insieme di istinti, profumi e sensi, una sospensione onirica lussureggiante e appagante. La bella voce di Katty Heath, il lavoro sugli effetti e gli intrecci di chitarra, la spina dorsale ritmica fanno di “Disaster Tourist” un favoloso prolungamento degli effetti di My Bloody Valentine, Lush, Slowdive, Swervedriver e Cocteau Twins, ma anche una specie di intangibile continuità coi Six By Seven di Chris Davis, batterista della band. Solenoidi magnetici di echi e riverberi attraggono, droni di chitarre escono in perlustrazione, melodie richiamano alla base per i riti della primavera artificiale: questo è l'universo effemeride degli Spotlight Kid. E io già non riesco a fare a meno di questa favolosa droga di traslazione.
http://www.spotlightkidsound.co.uk/

 

Collateral Damage “Eatcore”

Sabato 21 Gennaio 2012 10:32 fab
Valutazione attuale: / 1
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Collateral Damage “Eatcore”, autoproduzione 2011
Solitamente non mi piace fare amarcord o parlare di quanto fossero magici “quei tempi”. Però l'EP dei Collateral Damage è stato una prepotente flashback dei miei anni a cavallo dei primi 90. I Collateral Damage sono un missile hardcore sparato ai mille all'ora in un'epoca in cui i valori di quel tipo di musica sono morti e sepolti. “Scene”, “unity” e “blood” sono parole scritte su felpe di marca nel 2012. I Collateral risvegliano “quello” spirito, come un amico che invecchia ma è sempre in grado di fare a botte e avere la meglio: hardcore americano e un'attitudine diretta, disperata, che scalda il cuore dei reietti. Slapshot, Agnostic Front, Uniform Choice, Suicidal Tendences, DRI, Black Flag, Gang Green e Cro-Mags mescolati vorticosamente in un pentolone fumante di moshpit: questa è la ricetta di questi otto pezzi in cui un bassone secco e una batteria potente sorreggono riff ultraveloci e una voce che davvero spicca (vibrando sulle migliori frequenze tra New York e Boston, 1986 circa). Se dovessi scegliere qualche titolo, direi “Eatcore”, “What Kind Of A Young Man”, “Who Will Laugh” e “My Country Has A Very Short Memory”, ma tutto l'EP è una chicca per gli amanti di questa che non è solo musica, ma una vera filosofia urbana. Se capite quello che voglio dire, probabilmente starete già scrivendo (thesmeg.lele[at]gmail.com) per avere una copia del disco.
http://www.myspace.com/collateraldamagehc
http://www.facebook.com/profile.php?id=100001461708870

 

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